Uva Alionza

Cusmano, 1889 la cita tra "viti emiliane bianche"

“la Leonza o Lonza pregiabile caricarsi di molti grappoli e per il molto spirito che il di lei vino distillato ne rende e le più in uso fra noi da serbarsi o sezzaje da conservarsi cioè nelle per stuoje o canneti o arelle o ne cesti o appese da mangiarsi poi in inverno ed in primavera sono le suddette quattro prime qualità come pure la Preta e alcuna fra le diverse tosche e brumeste bumamma degli antichi”1.

Questa situazione, molto probabilmente, fece sì che la Vitis vinifera ssp. sylvestris, dioica, endemica nel continente europeo e ancora oggi presente nelle pinete di Ravenna, si sia potuta incrociare con le varietà domestiche introdotte, originando una prole ermafrodita meglio adattata al clima freddo e umido della Pianura Padana. Questa ipotesi potrebbe dare ragione del difetto fiorale di numerose varietà locali dell’Emilia-Romagna, che in tempi recenti sono state abbandonate a causa della forte acinellatura e conseguente scarsa produttività: Lanzesa, Alionza, Trebbiano di Spagna, Malvasia odorosissima e altre ancora2.

Scheda tratta da Le Antiche Varietà locali di Vite3

Storica uva di Bologna, il cui nome, nell’accezione “Leonza”, deriverebbe dal latino “leo” e dall’italiano “lonza” (lince), “riprendendo l’immagine delle macchie nere di questi gatti selvatici, siccome l’uva maturata mostra di essere spruzzata come di color ruggine” (Hohnerlein-Buchinger, 1996). Le analisi genetiche rivelano una relazione di primo grado con Garganega (D’Onofrio et al., 2021) e una certa vicinanza a Trebbiano toscano (tabella profili genetici).

Sinonimi accertati: Leonza, Alionga bianca, Glionza, Aleonza, Leonzia, Uva lonza, Uva Schiava (nel bolognese)
Sinonimie errate: Gatta, Gatta Alionza, Schiava bianca
Denominazioni dialettali locali: Aliàunza (Modenese)
Rischio di erosione: molto elevato

Anche se era una delle uve bianche di Bologna per eccellenza, insieme ad Albana e Montuni, non era raro trovare piante di Alionza anche nelle vecchie piantate del Modenese, dell’Imolese e, talora, del Ravennate. Nel 1989 la varietà Alionza è stata iscritta al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, ma il suo destino era ormai segnato e le superfici destinate ad un calo continuo.
Nel 2000, in Emilia-Romagna, erano stati censiti 36 ettari di Alionza, che al Censimento 2010 erano già scesi a 7,19, per arrivare a 4,61 ettari nel 2021 (dati RER) e quindi a livello di vitigno in via di estinzione.

Il “Dizionario dei vitigni antichi minori italiani” parla dell’Alionza come di un vitigno molto antico, molto probabilmente riconducibile alla Schiava bianca citata dal Pier de Crescenzi, visto che nel Bolognese era indicata anche con il sinonimo di Uva Schiava (Scienza et al., 2004). “Schiava” è un termine usato spesso in modo generico per indicare uve diverse di possibile provenienza dai paesi slavi o così dette per il tipo di potatura a filari, talvolta usato in alternativa al “pergolato pensile” (Calò et al., 2006).
Gli Imolesi raccontano che Cesare Borgia, dopo aver assaggiato il vino di Alionza, ne inviò un paio di botticelle, sotto scorta armata, a Papa Alessandro VI (eletto nel 1492). Se così fosse, si potrebbe affermare, con buona approssimazione, che questa varietà era presente nel Bolognese
già in epoca anteriore alla prima citazione storica di Leonza del Tanara (1674). Secondo alcuni Autori è citata già a partire dal ‘500 anche con i nomi di Alionga, Glionza e Leonza, con una diffusione che arrivava fino al Bresciano e all’alto Mantovano, ed era consumata
pure come uva da tavola (Scienza et al., 2004).

Viene, poi, citata da Trinci a inizio Settecento: “L’Uva Lonza è di qualità bianca; e maturata che sia perfettamente, diventa un poco picchettata di un colore simile alla ruggine, ma forse un poco più chiaro; comincia a maturare subito passata la metà d’Agosto; ne fa quasi sempre poca, di pigne spargole, di granella belle, grosse, tonde, e di guscio gentile” (Trinci, 1764). Acerbi, nel 1825, cita l’Alionza tra la “Viti de’ contorni di Bologna” (Acerbi, 1999) e la sua importanza è comprovata dal fatto che anche il vocabolario del Ferrari gli dedica una voce: “Specie d’uva di moltissimo suco” (Ferrari, 1858). Il Conte di Rovasenda (1877) riferisce dell’Alionza bianca di Bologna che è “Delle migliori per vino”. Bisognerà aspettare, però, i lavori della Commissione ampelografica bolognese per la prima descrizione dettagliata della varietà “Alionza, Aleonza, Leonza” (AA.VV., 1879). Nel 1880, il conte Francesco Massei, in una sua memoria, riferisce che “le uve che si coltivano in vigna sono prevalentemente, anzi quasi esclusivamente nere, quelle coltivate in filari, bianche, delle qualità da che tempo immemorabile si coltivano nell’Agro Bolognese” e annota che “le uve bianche più stimate nella collina bolognese sono: la leonza, l’albana, il montù, la forcella” (AA.VV., 1882). Verso la fine del XIX secolo (1897), Jemina inserisce questo vitigno tra le migliori uve da vino coltivate nel Bolognese e Modenese, unitamente all’Albana (Fontana e Filippetti, 2006). All’inizio del Novecento, l’Ampelografia del Molon riassume lo stato dell’arte in merito all’Alionza bianca e, anche se non dirime la questione
dell’uso del termine Schiava, viene puntualizzata la sinonimia errata con “Gatta”: “… uva a grappolo serrato, che matura in fine di settembre, mentre l’Alionza ha grappolo sciolto, e matura nella prima quindicina dello stesso mese” (Molon, 1906). Negli anni della ricostruzione post-fillosserica, Nazari inserisce l’Alionza tra i principali vitigni dell’Emilia (Nazari, 1910) e Toni l’annovera fra i vitigni che hanno contribuito al miglioramento della viticoltura bolognese, tanto che viene tenuta in una qualche considerazione anche dopo l’avvento della viticoltura specializzata (Toni, 1927).
A partire dal Secondo dopoguerra le vengono preferiti vitigni più produttivi ed inizia il suo declino.

Caratteristiche del vitigno

Foglia. Media o medio-piccola, cuneiforme, con 7 o più lobi, non molto bollosa, con lembo che tende a ripiegarsi verso il basso (revoluto). Seno peziolare a V, tendenzialmente a lobi leggermente sovrapposti o, talora, chiuso (distanza tra i lobi inferiore a 2 cm). Seni laterali superiori generalmente con base a U (raramente a parentesi graffa) e a lobi leggermente sovrapposti (raramente anche aperti). Pagina inferiore con densità medio-bassa di peli coricati tra le nervature e bassa per quanto riguarda i peli eretti sulle nervature.
Grappolo. Cilindrico o anche conico, di media lunghezza e compattezza, con peduncolo piuttosto corto, spesso con 1 o 2 ali. Acini fecondati di media dimensione, sferoidali, con buccia di colore giallo-verde, che tende a divenire dorata quando esposta al sole, mediamente pruinosa, con polpa non troppo molle, anche se non propriamente soda. A seconda delle annate può essere presente una acinellatura dolce più o meno spiccata.
Caratteri agronomici ed enologici. Si tratta di varietà abbastanza vigorosa e con produzione non costante, in quanto condizioni climatiche avverse nella primavera possono favorire l’acinellatura. Germogliamento, fioritura e invaiatura in epoca medio-precoce, maturazione in epoca media. Media tolleranza a botrite e oidio. Adatta ad essere vinificata sia in purezza che con altri vitigni, per ottenere vini fermi e frizzanti di un certo interesse. In purezza fornisce un vino di colore giallo di media intensità con riflessi leggermente verdognoli; di aroma intenso, con note floreali di acacia e tiglio, fruttate di mela verde e frutti esotici, e più tenui di erba tagliata. Al gusto il vino risulta di media acidità, sapido, ben equilibrato, di media struttura e media persistenza gusto-olfattiva.

  1. Memorie varie risguardanti la migliore agricoltura ora per la prima volta… 1841 ↩︎
  2. M. Fontana, F. Filippetti, F. Perri – “La biodiversità viticola in Emilia-Romagna” Le vecchie varietà locali di Vite – 2022
    ↩︎
  3. M. Fontana, F. Filippetti, F. Perri – “La biodiversità viticola in Emilia-Romagna” Le vecchie varietà locali di Vite – 2022 ↩︎

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